Intelligenza artificiale: corsa al nucleare delle Big Tech

Google ha scelto di investire nello sviluppo dell’energia nucleare, firmando il primo accordo aziendale per soddisfare, in tal modo, la domanda di elettricità utile ad alimentare i sistemi di intelligenza artificiale.


La collaborazione sancita ufficialmente tra Google e Kairos Power ha l’obiettivo di mettere in funzione il primo reattore entro il 2030 ed altri ancora fino al 2035, per un totale di 500 megawatt di energia da sei o sette reattori: si tratterebbe in ogni caso di una quantità inferiore alla produzione degli attuali reattori nucleari. Di questo accordo non sono noti né i dettagli finanziari né i luoghi dove saranno ospitati gli impianti negli Stati Uniti, ma tutto ciò non è altro che una conferma di come Google e le altre Bih Tech siano alla ricerca di energia poco inquinante per le proprie aziende, considerando che entro la fine del decennio si prevede un vero e proprio boom di consumo energetico globale dei data center, che dovrebbe triplicarsi tra 2023 e 2030, richiedendo ben 47 gigawatt di ulteriore capacità generativa


Proprio per questo non meraviglia il fatto che quest’anno diverse aziende tecnlogogiche abbiano siglato diversi accorsi con le società che gestiscono l’energia nucleare per fronteggiare al meglio l’aumento dei consumi provocato dall’intelligenza artificiale.


A marzo di quest’anno, Amazon ha acquistato un datacenter a propulsione nucleare da Talen Energy, mentre a settembre, Microsoft e Constellation Energy hanno firmato un accordo energetico per rimettere in funzione un’unità dell’impianto di Three Mile Island in Pennsylvania, lì dove è accaduto il peggior incidente nucleare degli Stati Uniti nel 1979: si prevede un investimento di circa 1,6 miliardi di dollari per riportare in vita la struttura entro il 2028.


Tornando all’accordo tra Google e Kairos c’è da sottolineare come quest’ultima abbia otteuto dalla  Commissione Regolatoria Nucleare il permesso di costruire un reattore dimostrativo in Tennessee; si tratta di reattori modulari, di dimensioni inferiore rispetto a quelli attuali , i cui componenti vengono realizzati in fabbrica anziché in loco, per ridurre i costi di produzione. Ovviamente non mancano critiche verso questo approccio che si dirigono verso due punti fondamentali: i reattori di questo tipo potrebbero generare costi più alti di quelli preventivati, non riuscendo a raggiungere la potenza di impianti più grandi mentre dall’altro lato potrebbero portare ad una maggiore produzione di scorie nucleari di lunga durata a fronte di un’assenza tutt’ora vistosa di depositi nelle quale immaganizzarle e poi smaltirle.


Per Google impegnarsi ad acquistare diversi reattori nel tempo e non invece uno alla volta, è un chiaro segnale nei confronti del mercato, andando a sostenere un investimento a lungo termine per dare maggiore impulso allo sviluppo dei reattori nucleari a proprio servizio.
Questa rinascita dell’energia nucleare è sostenuta anche da un forte interesse dei governi mondiali; basti pensare che durante la Settimana del Clima delle Nazioni Unite ben oltre 20 Paesi si sono impegnati a triplicare la produzione globale di energia nucleare entro il 2050 e questo impegno sarà supportato anche dalla disponibilità di grandi banche nel finanziare nuovi progetti, che richiederanno comunque un’attenta gestione delle risorse messe in campo, considerando le sfide legate ai costi e ai ritardi nella costruzione di nuovi impianti.