La gestione delle scorie nucleari
Sono ormai trascorsi 38 anni dal più grave incidente atomico della storia, avvenuto il 26 aprile 1986 nella centrale sovietica di Chernobyl, che ha segnato il declino del nucleare civile in Occidente, poichè da allora nessun nuovo reattore è più entrato in funzione. Oggi l’energia nucleare fornisce circa il 5% dell’energia primaria e il 10% dell’elettricità consumata nel mondo, ma deve fare i conti sia con la diffidenza verso la sicurezza delle centrali, sia con la crescente competitività di fonti energetiche rinnovabili come l’eolico e il fotovoltaico. Dunque nei prossimi anni, inoltre, la progressiva dismissione degli impianti più vecchi ci costringerà ad affrontare un problema in parte ancora irrisolto: lo smaltimento dei rifiuti radioattivi.
Sappiamo bene che le scorie nucleari e in generale i rifiuti radioattivi sono pericolosi in quanto occorre proteggersi dalle radiazioni emesse da queste particelle, le quali, concentrate oltre una determinata quantità e qualità possono rappresentare un rischio per la salute dell’uomo e per l’ambiente.
Diverse sono le categorie di rifiuti radioattivi, e tale distinzione rileva ai fini delle opportune modalità di gestione, in relazione alla differente concentrazione dei radionuclidi e, soprattutto, a riguardo dei tempi di decadimento del fenomeno radioattivo.
In particolare, la normativa vigente stabilisce che i rifiuti radioattivi si differenziano in:
• a vita media molto breve;
• attività molto bassa;
• bassa attività;
• media attività;
• alta attività.
Nel panorama europeo, il nostro Paese rappresenta quello che ha mosso i primi passi nell’utilizzo dell’energia nucleare.
Infatti, risale al 1958, a Latina, la costruzione della prima centrale elettronucleare (si trattava di un reattore raffreddato a gas), e successivamente l’impianto di Garigliano, costruito nel 1959, quello di Trino nel 1961 e quello di Caorso nel 1981; in Italia esistevano dunque quattro centrali installate e funzionanti. Nel novembre del 1987 però gli italiano si espressero chiaramente con un referendum a larga maggioranza in favore dei tre quesiti che fissavano restrizioni all’attività nucleare. Così venne prima fermato l’impianto di Latina, poi quello di Garigliano ed in seguito nel 1990 quelli di Trino e Caorso. Si pose a questo punto il problema di mantenere in sicurezza questi impianti, allontanare il combustibile nucleare esaurito , decontaminare e smantellare le installazioni nucleari e gestire e mettere in sicurezza le scorie.
Ad oggi i rifiuti radioattivi sono stoccati all’interno di decine di depositi temporanei presenti nel Paese, provenienti per la maggior parte dallo smantellamento degli impianti nucleari e residualmente dalle quotidiane attività di medicina nucleare, industria e ricerca.
Nel futuro sarà previsto il loro accumulo, in via definitiva (operazione di smaltimento) presso il cosiddetto “Deposito nazionale”, un’infrastruttura ambientale di superficie che permetterà di sistemare definitivamente in sicurezza i rifiuti radioattivi. Esso sarà costituito dalle strutture per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività e da quelle per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi a media e alta attività, che dovranno essere successivamente trasferiti in un deposito idoneo alla loro sistemazione definitiva. Il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico sarà costruito all’interno di un’area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al Deposito e 40 al Parco Tecnologico.
Lo smaltimento dei rifiuti, in assoluto, rappresenta la fase conclusiva del ciclo di vita dei rifiuti.
La gestione dei rifiuti radioattivi si articola in più fasi:
• caratterizzazione, cioè quella in cui vengono svolte molteplici analisi e misurazioni finalizzare a stabilire determinare le caratteristiche chimico-fisiche e radiologiche della sostanza;
• trattamento, ovvero quella in cui essi vengono sottoposti a delle operazioni tese a modificare forma fisica e/o composizione chimica, per diminuire il volume e prepararli per la successiva attività di condizionamento;
• condizionamento, mediante i quali essi vengono resi idonei al trasporto, allo stoccaggio temporaneo e al conferimento;
• stoccaggio, il cui obiettivo è quello di consentire l’attenuazione del suo contenuto radiologico, ad un livello tale da indirizzarlo alla soluzione di smaltimento più adeguata
• smaltimento, che rappresenta il momento del conferimento presso un deposito, dove si chiude in modo definitivo il ciclo di vita del rifiuto.
Il tempo utile allo smaltimento dipende dal grado di radioattività, ed in particolare:
• si stima che i rifiuti a i rifiuti a molto bassa e bassa attività richiedano un periodo pari 300 anni raggiungeranno un livello di radioattività tale da non rappresentare più un rischio per l’uomo e per l’ambiente.
• i rifiuti a media e alta attività, si stima richiedano migliaia di anni per non essere più considerati un pericolo e, per essere sistemati definitivamente, richiedono la disponibilità di un deposito geologico.

